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Il gruppo che non comunica con se stesso
Dott.ssa Francesca Conti
Il conflitto individuo-gruppo nelle opere sociologiche di Freud
Bion e l'antigruppo: assunti di base e stati -K
Le istituzioni e l'antigruppo
Altri contributi teorici
Contributi clinici e metodologici di Gordon, Hinshelwood e Ondarza Linares
La mente del terapeuta
UN TENTATIVO DI DEFINIZIONE DELL'ANTIGRUPPO
In tempi recenti è stato coniato il termine di antigruppo in riferimento agli "elementi dirompenti che minacciano, indeboliscono e perfino distruggono il gruppo terapeutico" (Nitsun, 1996).
Sino dagli inizi della storia del pensiero sui gruppi, era stata notata la presenza di forze che avevano effetti negativi più o meno evidenti sull'individuo all'interno del gruppo o sul gruppo stesso come un tutto. Il modo di concepire o contrapporre la negatività di tali forze ha influito, nel corso degli anni, sulle diverse concezioni e sui modelli metodologici relativi ai gruppi. Negli ultimi vent'anni, però, è cresciuto l'interesse per lo studio di quei fenomeni che si configurano come resistenze al lavoro terapeutico gruppale, specie di ispirazione analitica.
Non è affatto facile proporre una definizione precisa e univoca dell'antigruppo, essendo esso una descrizione metaforica di un processo estremamente variabile, difficilmente concettualizzabile al di fuori del movimento gruppale in cui esso emerge e si sviluppa. Nitsun (1996; pag.73), infatti, afferma: "Vedo l'antigruppo più nella natura di un costrutto, di un'astrazione di una proposizione metaforica che cerca di descrivere un processo altamente variabile nei differenti gruppi e perfino nello stesso gruppo, piuttosto che una concreta e statica entità". Ed è forse proprio per questa difficoltà di definirlo che esso, a volte, viene presentato come un concetto unitario e reificato: la sua concretizzazione, però, se da un lato sembra semplificarne la comprensione, dall'altro porta a contrapporre il gruppo buono al gruppo cattivo, cosa fuorviante e riduttiva e di nessuna utilità.
Ondarza Linares (1999; pag.71) sostiene che "Talvolta [...] l'antigruppo serve a coprire una varietà di prospettive del gruppo psicoterapeutico, [è utile] come metafora descrittiva, come paradigma esplicativo, «come principio critico», come cornice di riferimento delle molteplici configurazioni del processo terapeutico e le loro implicazioni sia cliniche, che metodologiche e i diversi modelli teorici per interpretarli. Così vengono segnalati fattori inerenti alla struttura del gruppo come setting temporo-spaziale, i variegati componenti del processo e perfino il contenuto transpersonale che potrebbero addirittura costituirsi come fattori antiterapeutici del gruppo o difese/resistenze al trattamento, nel loro modo di insorgere specificamente gruppale" o antigruppale.
In sostanza, si possono rilevare differenze, nella concettualizzazione e nel significato dell'"antigruppo", che potrebbero essere legate alla qualità del problema, al tipo di ottica attraverso la quale si intende descriverlo.
Ondarza Linares (1999) vede il fenomeno dell'antigruppo come strettamente legato alle varie vicissitudini del conflitto (nel senso Lewiniano del «campo di forze») tra individuo e gruppo che si configurano nel gruppo.
Il conflitto individuo-gruppo nelle opere sociologiche di Freud
Nelle opere sociologiche di Freud (1912-13; 1921; 1929) il conflitto individuo-gruppo è presente sin dalla nascita della civiltà.
In "II disagio della civiltà" (1929) Freud afferma che "la vita umana associata è resa possibile ad un solo patto: che più individui si riuniscano e che questa maggioranza sia più forte di ogni singolo e tale da restare unita contro ogni singolo" (pag.585).
Questo perché, per poter fare parte della società, il singolo deve limitare le proprie aspirazioni individuali in favore di quelle collettive. "La libertà individuale non è frutto della civiltà. Essa era massima prima che si instaurasse qualsiasi civiltà [...] La libertà subisce delle limitazioni ad opera dell'incivilimento e la giustizia esige che queste restrizioni colpiscano immancabilmente tutti" (Freud, 1929; pag. 586).
Freud affronta il conflitto individuo-gruppo in modo pessimistico: l'uomo non è un "animale sociale"; si è riunito in associazione con gli altri uomini pensando di poter soddisfare più agevolmente i propri desideri ma è ad essi che ha dovuto in parte rinunciare, al fine di agevolare la reciproca convivenza.
La rinuncia alle proprie aspirazioni, però, non sembra possibile: "II desiderio di civiltà si svolge, dunque, o contro particolari forme o pretese della civiltà, o contro la civiltà in quanto tale. Non sembra possibile influire sull'uomo fino a indurlo a cambiare la sua natura in quella di una termite; egli difenderà sempre la sua esigenza di libertà individuale contro il volere della massa. Una buona parte degli sforzi dell'umanità si infrange nel tentativo di trovare un accomodamento vantaggioso (tale che dia felicità) tra le pretese individuali e quelle civili della collettività; uno dei fatali problemi dell'umanità è se questo accomodamento sia raggiungibile in qualche particolare forma assunta dalla civiltà o se il conflitto sia irrisolvibile" (Freud,1929; pag.586).
Freud (1929) sostiene che l'uomo è costretto a reprimere tanto la sessualità che l'aggressività per un po' di sicurezza ma vede nell'«ostilità primaria» la più grande minaccia di distruzione dell'umanità (pag.600).
Per seguire il filo logico della trattazione si può azzardare che questo possa voler significare che all'interno della società civile, dei gruppi e di ogni associazione umana, esiste un disagio e una repressione che possono configurarsi nell'antigruppo, cioè esistono delle forze opposte al mantenimento dell'aggregazione e che spingono per distruggerla.
de Polo (1989), nella sua analisi del testo di Eugène Enriquez "Dall'orda allo stato. Alle origini del legame sociale", amplia l'elaborazione situando la tragicità del legame sociale nel riconoscimento dell'Altro non come oggetto della nostra soddisfazione ma come soggetto dei propri desideri.
"L'altro che sfugge ad una pretesa di definitiva appropriazione rimanda specularmente a una altrettanto impossibile appropriazione di noi stessi. Il rapporto umano si costituisce nella sensazione che il nostro Io non ci appartiene e nella presenza di un Altro incontrollabile e spesso innominabile. L'«innominabile» rimanda a un mondo dove regna l'indifferenziazione che fa emergere il fantasma del caos primordiale e del disordine primitivo. La società civile può invece crearsi solo lottando contro l'indifferenziazione. Il legame sociale, per "avvenire", dovrà favorire l'ordine della chiarezza, del consenso e dell'armonia, proteggendosi dai pericoli del mondo dell'informe" (pag.302).
Se la società civile si basa sul riconoscimento dell'Altro, allora l'antigruppo potrebbe essere legato alla violenza del mondo del caos, dell'informe», dell'annullamento delle differenze e della non-relazione.
Secondo Freud (1912-13) il gruppo venne creato dall'orda primordiale, dalla banda dei fratelli alleati fra loro che uccisero il proprio padre "imago della libertà individuale" (de Polo, 1996) e lo sostituirono con la legge totemica che regolava la vita dell'orda e la proteggeva dalla rivalità distruttiva tra fratelli e da un'endogamia incestuosa. Il padre diventerebbe un personaggio sacro e idealizzato.
A questo proposito Ondarza Linares (1999), in riferimento all'antigruppo, si chiede se l'orda del capo tiranno era l'antigruppo di per sé o se lo era il gruppo dei fratelli che commisero il parricidio e che fondarono il sistema sociale. La conseguenza di questo atto di fondazione e definizione del gruppo è il sentimento di colpa (1912-13). Il sentimento di colpa dominerebbe dall'interno il pericoloso sentimento di aggressione dell'individuo, infiacchendolo e in questo modo gli permetterebbe di rimanere nel congresso civile (Freud, 1929; pag.610).
In Totem e tabù (1912-13) Freud aveva introdotto l'idea che il progresso rendesse sempre più inutile il ricorso all'aggressività. Con l'avvento della I Guerra Mondiale egli rivide la propria posizione e modificò le proprie considerazioni metapsicologiche rispetto alla teoria delle pulsioni. Nel 1920 postulò l'esistenza delle pulsioni di morte attingendo dall'osservazione della coazione a ripetere: "Sembra, quindi, che una pulsione sia una tendenza intrinseca della vita organica a ristabilire uno stato di cose precedente".
Riferendosi alla pulsione di distruzione egli afferma che la sua meta è "dissolvere i legami e perciò distruggere le cose. Possiamo supporre che il suo scopo è riportare ciò che è vivente allo stato inorganico" (1938). Da ciò si può fare derivare il fatto che le spinte involutive siano sempre presenti e che possano essere neutralizzate tramite controinvestimenti. Sono le pulsioni di morte alla base del fenomeno dell'antigruppo?
Inoltre, Freud sostiene che un altro fattore che promuove l'adesione alla civiltà e l'inibizione dell'aggressività è la paura di perdere l'amore degli altri da cui si dipende (1929; pag.611). Esiste quindi un fattore che lega gli individui: l'amore reciproco.
Dei legami libidici nelle folle, Freud aveva trattato in "Psicologia delle masse e analisi dell'Io" (1921), spingendosi a delineare il concetto di identificazione. Nello scritto Freud descrisse il comportamento irriflessivo, irrazionale e dominato dalle emozioni delle orde o folle, insieme all'immediato senso di vicinanza o intimità tra una persona e l'altra che si produce nelle masse. Il senso di vicinanza deriverebbe dalla proiezione dell'ideale dell'Io sul capo e dall'identificazione dei membri dell'orda con lui, oltre che l'uno con l'altro; avrebbe come conseguenza l'eliminazione dei freni morali individuali e delle funzioni di autocritica e responsabilità.
"Il gruppo vive così come un innamorato catturato dalla fascinazione proveniente dalla persona amata, il capo, ed è quindi facile preda delle illusioni, ma anche delle inevitabili delusioni: la possibilità che appaiano gli effetti negativi accantonati (rivalità, invidie, gelosie) è una costante minaccia di distruzione del [...] mondo beato" (de Polo, 1996).
In sostanza, le reciproche identificazioni tra i membri delle folle, da un lato proteggerebbero gli individui dalla perdita del proprio senso di identità (con l'aumento della sensazione di unità e appartenenza), dall'altro però li sottoporrebbero ad una grave limitazione del funzionamento dell'Io. Di conseguenza i bisogni primitivi normalmente inconsci prenderebbero il sopravvento.
Freud descrive quindi una situazione in cui l'individuo è pronto a rinunciare alla propria autonomia e alla capacità di pensare, in cambio del sentimento di appartenenza ad un gruppo rassicurante.
Ondarza Linares (1999) fa notare come i legami che si vengono a creare nelle folle siano di tipo pre-oggettuale: il primo vincolo dell'individuo nella formazione del gruppo è dato dalla regressione al primissimo tipo di rapporto orale ("quando carica orale e identificazione erano indistinguibili"), mentre il secondo vincolo riguarda la scelta del leader come oggetto, effettuata tramite la proiezione dell'Io ideale degli individui. Ciò che è rilevante in questo caso è che il leader si configura come un contenitore di oggetti parziali piuttosto che l'oggetto di un investimento transferale maturo: in questo caso Freud sembra aver anticipato il concetto Kleiniano di "identificazione proiettiva" (Schermer, 1994).
Così vengono spiegati i fenomeni regressivi che si verificano nella formazione delle menti delle folle.
La spiegazione di questi fenomeni risulta utile per la trattazione del problema dell'antigruppo, in quanto aiuta a comprendere la qualità delle potenti forze che entrano in gioco nell'ambito del piccolo gruppo.
Bion e l'antigruppo: assunti di base e stati-K
In "Esperienze nei gruppi" (1961) Bion sviluppa le proprie concezioni a partire da "Psicologia delle masse e analisi dell'Io" di Freud (1921), ampliando l'elaborazione freudiana attraverso l'introduzione del punto di vista di Melanie Klein sulle relazioni oggettuali. Infatti pone, a fondamento della comprensione dei fenomeni regressivi nei gruppi, tale teoria in quanto esplicativa dei livelli schizo-paranoide e depressivo dei processi mentali.
In questo volume egli si aprì alla ricerca sui fenomeni più primitivi, pre-edipici, riconoscendo l'importanza fondamentale, per la formazione del gruppo, di meccanismi di difesa come la scissione e l'identificazione proiettiva e discusse il ruolo delle fantasie inconsce nel transfert dei membri del gruppo nei confronti del conduttore e del "gruppo come un tutto”.
Un altro pregio del lavoro di Bion risiede nel fatto che egli sottolineò la diversità della psicologia di gruppo da quella individuale (mentre Freud nel 1921 abbozzò appena questo pensiero quando sostenne che la psicologia di gruppo potesse aver preceduto quella individuale nell'evoluzione della specie).
Rispetto a quello freudiano, il pensiero di Bion, proprio perché originale e innovativo, può essere utile per delimitare maggiormente e cercare di definire il fenomeno dell'antigruppo.
In "Esperienze nei gruppi" (1961) Bion prende in esame le emozioni primitive e le relazioni oggettuali nei gruppi, postulando l'esistenza degli "assunti di base": essi sono l'assunto di base di "dipendenza", di "attacco-fuga" e di "accoppiamento". Questi assunti affettivi costituiscono la base di alcune reazioni di gruppo che potenzialmente esistono sempre, ma sono attivate in modo particolare quando la struttura finalizzata all'attuazione di un compito si disgrega.
Il gruppo di dipendenza percepisce il leader come onnipotente e onnisciente, mentre i suoi membri si sentono inadeguati, inetti, incapaci. Il gruppo avidamente chiede al leader "che sia un mago o che si comporti come tale" (pag.92). Quando il leader disattende questo ideale di perfezione, i membri del gruppo reagiscono con il diniego e poi con la svalutazione del capo.
Il gruppo di dipendenza è caratterizzato da diniego, invidia, avidità, onnipotenza proiettata e idealizzazione primitiva. "Indipendentemente dall'assunto di base attivo [...], gli elementi della situazione emotiva sono così strettamente collegati a fantasie di ansie primitive che, ogni volta che la pressione dell'ansia diventa troppo intensa, il gruppo è costretto a passare sulla difensiva" (pag. 173).
Il gruppo di attacco-fuga è unito contro quelli che percepisce come nemici esterni. Tutti si aspettano che il capo muova l'attacco. Questo tipo di assetto gruppale rifiuta qualsiasi opposizione alla propria ideologia, pena la sua spaccatura in sottogruppi: quando questo accade, un sottogruppo attacca l'altro o fugge da esso e nasce la tendenza a proiettare l'ostilità su di un gruppo esterno. Se l'ostilità viene posta fuori dal gruppo, prevale la sensazione di compattezza e l'aggressività viene denegata.
I meccanismi difensivi propri di questo assunto di base sono la scissione, l'identificazione proiettiva, la proiezione e il diniego.
"L'indifferenza del gruppo nei confronti dell'individuo, e ancor più l'incapacità del gruppo di sfuggire con questi mezzi alla scena primaria, determina una ulteriore liberazione d'ansia e la necessità di un altro cambiamento nell'assunto di base" (pag.174).
L'assunto di base di accoppiamento si verifica quando il gruppo si concentra su una coppia di suoi membri: essi divengono il simbolo della speranza di una "riproduzione" che preserverà l'identità e la sopravvivenza del gruppo. Ciò si desume dalle fantasie che circolano al suo interno.
I membri del gruppo sperimentano una forte intimità tra loro. Bion afferma che "nell'impulso all'accoppiamento c'è una componente derivata dalle ansie psicotiche associate ai conflitti edipici primitivi, su una base di rapporti con oggetti parziali" (pag.173).
Agli assunti di base Bion contrappone il gruppo di lavoro: esso è centrato su un compito reale e ha la funzione di manipolare l'assunto di base in modo da impedire che sia d'ostacolo al lavoro del gruppo. "L'organizzazione e la struttura sono strumenti del gruppo di lavoro. Sono il prodotto della cooperazione tra membri del gruppo e una volta consolidate nel gruppo, il loro effetto è quello di esigere uno sforzo di cooperazione ancora maggiore da parte dei singoli" (pag. 180).
Egli asserisce quindi, che i gruppi non hanno necessariamente un carattere regressivo. Essi lo diventano in particolari condizioni: quando manca un compito nella realtà, quando il gruppo non è organizzato e non è cooperante, se non vi è chiarezza sul tipo di compito da svolgere e anche in funzione della patologia del leader e dei conflitti edipici, pre-edipici, narcisistici e simil-psicotici presenti nel gruppo.
Ondarza Linares (1999) si chiede se sia giusto considerare il gruppo degli assunti di base come antigruppo: forse lo si può fare solo in una versione fotografica e in opposizione al gruppo di lavoro, visto come l'ideale di sviluppo da raggiungere.
Molto più proficua per la ricerca sull'antigruppo è la lettura di "Apprendere dall'esperienza" (1972) di Bion e l'utilizzo che ne fa Gordon (1994) (insieme al concetto di "associazioni libere" di Foulkes). In esso viene mostrato come le difese e le resistenze di gruppo possano implicare un attacco attivo ai processi mentali e alle connessioni tra i membri del gruppo.
In "Apprendere dall'esperienza" Bion definisce l'esistenza di "stati del gruppo" simili a -K: il segno -K serve a Bion per simbolizzare l'annullamento della capacità di generare significato, in particolare l'annullamento della capacità di generare comprensione emotiva su se stessi e sugli altri (Gordon, 1994).
A questo proposito Bion (1962) afferma: "Le teorie in cui ho usato i segni K e -K [...] possono essere considerate come rappresentazioni di realizzazioni costituite dai gruppi. In K il gruppo aumenta per l'introduzione di persone o idee nuove. In -K l'idea (o la persona) nuova è spogliata del suo valore e a sua volta il gruppo si sente svalutato dalla nuova idea. In K c'è un'atmosfera che promuove la salute psichica. In -K ne il gruppo, ne l'idea possono sopravvivere, in parte a causa della distruzione connessa con il processo di espoliazione e in parte a causa del risultato di questo processo" (1962, pag.99).
Con K Bion si riferisce ad un legame umano fondamentale: il legame del "pensare". Esso non è un processo cognitivo astratto e costituzionale ma un processo attraverso il quale una persona cerca di conoscere la propria personalità o quella di un altro. "La sua preoccupazione è quella di intendere il pensiero come un legame umano - lo sforzo di capire, comprendere la realtà, cercare di avere consapevolezza della propria natura, di quella di un altro e così via. Il pensare è un'esperienza emotiva legata al cercare di conoscere se stessi o qualcun altro" (O'Shaugnessey, 1981; pag.181). Questo "pensare" è un tentativo di conoscere, di ricordare, di rivivere: è un'esperienza emotiva che può anche essere molto dolorosa. Infatti Bion afferma che "un'esperienza emotiva dotata di caratteri dolorosi può dare inizio ad un tentativo di modificare, oppure a quello di fuggire il dolore, a seconda di quanto la personalità è in grado di sopportare la frustrazione" (1962; pag.91). Bion sostiene inoltre che questo pensare non possa mai realizzarsi del tutto e, data la sua natura dolorosa, ritiene che K coesista con la tendenza -K, cioè una determinazione a non avere esperienza di nulla.
In -K la conoscenza di una dolorosa realtà esterna o interna viene evitata. Si ha bisogno di eliminare le complicazioni provocate dall'essere consapevoli della vita e di avere relazioni con oggetti che hanno vita.
Gordon (1994) descrive gli effetti del legame -K: "II principio di realtà basato sulla conoscenza del mondo interno, soggettivo, e il mondo esterno, obiettivo, e sul loro legame, è eclissato. Tutti i significati si deteriorano, la simbolizzazione crolla, gli stati di attenzione sono sostituiti da stati di tensione, la cattiva comprensione, il fallimento delle operazioni di memoria e la svalutazione delle esperienze emotive di significato, vengono considerati superiori alla comprensione, alla rappresentazione coerente dell'esperienza e alla sua integrazione" (pagg.132-133). Inoltre, "il tentativo di sfuggire all'esperienza di contatto con oggetti dotati di vita [...], rende la personalità incapace di entrare in contatto con se stessa, tranne che con quegli aspetti che hanno le caratteristiche dell'automa" (Bion, 1962; pag. 37).
Il legame -K o K si sviluppa dalla modalità che il bambino usa per sfuggire al dolore mentale; per concettualizzare tali modalità e i loro esiti, Bion sviluppa una descrizione interpersonale dell'identificazione proiettiva. "Esiste una fantasia onnipotente la quale fa credere che sia possibile distaccare via alcune parti di personalità [...] e riporle dentro un oggetto. Sin dall'inizio della vita, il paziente ha con la realtà il contatto che gli basta per comportarsi in modo da suscitare nella madre la presenza di quelle sensazioni che egli non intende avere o che comunque desidera che la madre abbia" (1962; pag. 65).
La madre, che è in grado di assumere su di sé gli stati mentali del bambino e che riesce a contenerli e a riflettere su di essi e che conosce e capisce il suo bambino e reagisce in modo adeguato, può essere introiettata come una figura che tollera la sofferenza. Ella, infatti, può darle un significato, modificando così "l'esperienza dell'esperienza".
In altri casi però il legame non si instaura pienamente. Bion (1962) descrive le estremità di un continuum tra ambiente e cultura in cui la responsabilità del fallimento del legame K viene attribuito alla madre o alle tendenze innate del bambino.
Ad un'estremità, il bambino ha a che fare con una madre che non sopporta e non contiene i sentimenti che il figlio cerca di riporre in lei. Ella non può riflettere su di essi: o reagisce negandoli o annegandovi, cioè il panico e l'ansia del bambino diventano il suo panico e la sua ansia. Ciò provoca, per Bion (1962), la catastrofe psichica: viene annullata la tendenza alla curiosità insieme ad ogni vita emotiva. Ogni emozione viene odiata perché incomprensibile e dolorosa. "Dall'odio verso la vita emotiva all'odio per la vita stessa il passo è breve" (pag. 162).
All'altro estremo del continuum, Bion pone le tendenze del bambino: anche la presenza di una madre con buone capacità di contenimento può far sorgere nel bambino psicotico attacchi rabbiosi e invidiosi nei confronti della stessa capacità della madre di tollerare le sue proiezioni. Questa dinamica si ritrova nel transfert, quando un paziente insulta il terapeuta o il gruppo e mostra risentimento nei loro confronti perché non provano il suo stesso dolore mentale (Gordon, 1994).
In una situazione del genere in cui il bambino non permette alla madre di utilizzare le proprie funzioni di legame, lo sviluppo e l'internalizzazione del legame K non solo è attaccato ma anche trasformato. La relazione interna del bambino con la madre viene distorta: ella diventa o un oggetto persecutorio che cerca di divorare avidamente la mente del bambino, oppure una persona la cui serenità viene interpretata come una diffidenza ostile. Questo è appunto il legame -K: un oggetto violento e ostile.
Quando una relazione con un tale oggetto viene internalizzata, il mondo interno cambia profondamente perché esso si oppone all'esistenza di ogni tipo di legame, distruggendolo.
A questo proposito, Gordon (1994) afferma: "L'identificazione con un oggetto interno da parte di un individuo, un sottogruppo o gruppo porta ad una virulenta attività di tipo -K. La persecuzione da parte di questo oggetto può portare ad una specie di gelido torpore, di blocco, di terrore di frammentazione, di silenzio impenetrabile e a una intensificazione dei processi introiettivi.
Come qualunque relazione oggettuale interna, uno qualunque dei due ruoli può essere esternalizzato (proiettato o identificato in modo proiettivo) nel transfert-controtransfert, il che implica alterazioni corrispondenti nella percezione degli individui dei sottogruppi, degli elementi del sistema di gruppo (norme, valori, scopi) e del gruppo-come-un-tutto" (pag.136).
Gordon crede che molti dei fenomeni clinici concettualizzati da Nitsun (1996) come "l'antigruppo" e da Roth (1990) come "un gruppo che non comunica con se stesso", siano solo la drammatizzazione nel qui e ora di un transfert -K, l'oggetto alternativamente proiettato sul gruppo o fatto rivivere dai suoi membri".
Quest'ultima affermazione è utile per gettare maggior luce sul fenomeno dell'antigruppo: sembrerebbe legato ad un'incapacità di produrre legami emotivi interni ed estemi e all'impossibilità di conoscere sé e gli altri. Gordon (1994) precisa però che questi fenomeni non sono affatto confinati a gruppi di pazienti psicotici, narcisisti o borderline, si ritrovano frequentemente nella pratica ambulatoriale e privata.
L'antigruppo nelle istituzioni
Lo studio delle dinamiche presenti nelle istituzioni può aiutare a descrivere ulteriormente il fenomeno dell'antigruppo.
I vari autori, che si sono occupati di studiare le istituzioni, si sono trovati di fronte a problemi simili a quelli che si possono ritrovare nel piccolo gruppo.
Kaès (1988), studiando la sofferenza istituzionale, precisa che l'istituzione è un oggetto psichico comune in cui le persone soffrono: "A soffrire è l'istituzione in noi, ciò che in noi è istituzione" (pag.53).
Soffriamo per vari motivi: per i patti, i contratti, per gli accordi consci e inconsci, per le relazioni asimmetriche violente ma anche "soffriamo di non comprendere la causa, l'oggetto, il senso e il tema stesso della sofferenza che vi sperimentiamo. Questo potrebbe essere un tratto specifico della sofferenza istituzionale e [Kaes] lo crede dovuto a quello stato particolare del legame che corrisponde all'indifferenziazione di fondo degli spazi psichici" (pag.53).
Kaes (1988) afferma che questo corrisponde a quello che Bleger chiama socialità sincretica, cioè una relazione-non relazione: essa si basa su una immobilizzazione delle parti non differenziate dello psichismo. Kaès descrive questo stato come quello che sostiene il rapporto isomorfo tra il soggetto e il gruppo. "L'isomorfìa è la conseguenza dell'indifferenziazione tra corpo e spazio, tra me e l'altro. Stati del genere rendono indiscernibili i confini del soggetto e dell'istituzione e ciò che vi è di sofferenza in tale legame si deve al tentativo, accompagnato da angoscia, di far emergere tali confini. E' su questa assunzione dell'indifferenziato - che fonda una parte del piacere di essere insieme senza l'altro - che prende corpo il motivo centrale della sofferenza istituzionale" (pag.54).
Kaès parla anche della sofferenza dell'inestricabile e dello sviluppo di stati passionali nelle istituzioni. Noi siamo nell'inestricabile quando siamo in situazioni in cui prevale la confusione degli elementi, l'indifferenziazione: "ogni volta che, grazie all'abolizione dei confini del Sé, all'evanescenza del soggetto, alla trasversalità della soggettività, si costituisce uno spazio psichico indifferenziato, una confusione delle formazioni, dei processi, e degli effetti di senso. Siamo perciò posti di fronte ai nostri nodi indifferenziati, all'angoscia davanti a ciò che di sconosciuto essi rappresentano per noi, di non-identità.
Tali livelli degli spazi psichici comuni sincretici o isomorfi sono inestricabili per esigenza di soggettivizzazione: essi formano lo sfondo dei legami differenziati" (pag.55).
Un altro aspetto della patologia istituzionale è quello dello sviluppo degli stati passionali, collegati all'inestricabile, che vi si producono.
"Il termine passione descrive assai bene l'intensa sofferenza psichica, prossima agli stati psicotici, che vi si prova e lo straripare fuori di sé della capacità di contenere e di essere contenuto; la capacità di formare dei pensieri è paralizzata e attaccata: la ripetizione insistente, l'obnubilazione servono di copertura a odi devastanti contro cui si mettono in atto delle difese per frammentazione, descritte da D'imprinting come evitamento dei legami, che non potrebbero che accrescere la violenza distruttiva e la disintegrazione. Lo spazio, il gioco dei possibili che esso permette, viene annientato: non esiste più l'alternativa, ma solo l'ineluttabile, l'unico bastione contro l'angoscia catastrofica. Allora la passione può lacerare fino al punto di unificare in questa foga indifferenziata" (pag.55).
Antigruppo in questo caso è la non relazione, l'indifferenziazione, l'isomorfia.
I legami isomorfi sono sempre presenti e formano lo sfondo dei legami indifferenziati. Lo sviluppo degli stati passionali che Kaès descrive è simile alla descrizione dei fenomeni dell'antigruppo che si ritrovano nella letteratura sui gruppi.
Kaès aggiunge che questi stati di sofferenza patologica possono essere riferiti ad un cambiamento (vero o supposto) nella base istituzionale, nella sua struttura, cioè nel "luogo" dove vengono depositate le parti non differenziate e non integrate dello psichismo.
Jacques (1971) afferma infatti che le istituzioni sono un mezzo di cui, le persone che ne fanno parte, si servono per rafforzare i meccanismi individuali di difesa contro l'ansia, in particolare contro le ansie primordiali paranoidi e depressive. L'ansia psicotica è per lui un importantissimo elemento di coesione tra gli individui e, il suo non contenimento da parte dell'istituzione, porta ad un cambiamento nell'istituzione stessa (sia essa palese o di fantasia).
Anche Pomari (1988) considera le istituzioni come depositarie di ansie primarie e quindi difensive. Le istituzioni, per questo, esercitano funzioni che nella personalità individuale vengono esercitate dall'Io. Le istituzioni sociali apparterrebbero all'Io di gruppo.
Il piccolo gruppo come istituzione funzionerebbe anch'esso da depositario di parti psicotiche degli individui e, dal suo fallimento nella funzione di contenitore, si svilupperebbe l'antigruppo. In questo caso mi pare lampante l'analogia tra questo collegamento e le teorizzazioni di Bion (1962) sulla funzione K materna, che contiene l'angoscia del bambino.
Altri contributi teorici
Yvonne Agazarian (1994) è pioniera nell'applicazione della teoria generale dei sistemi alla psicoterapia di gruppo. Nella sua teorizzazione fa riferimento alla teoria del campo di Lewin, a "L'Io e i meccanismi di difesa" di Anna Freud, ai concetti di scissione, di identificazione proiettiva, alla teoria delle relazioni oggettuali. Ella considera il gruppo come un sistema in cui i sottogruppi sono contenitori di ruoli. Secondo l'Agazarian il risultato terapeutico deriva da una modifica del modo di comunicare tra i sottosistemi dell'Io, dell'Es e del Super Io e anche tra i diversi sottogruppi: l'attenzione della terapeuta è rivolta infatti, alle transazioni di tipo comunicativo tra di essi.
L'Agazarian non nomina l'antigruppo ma descrive situazioni cliniche in cui il cambiamento è bloccato: i sottosistemi sono chiusi alla comunicazione. Ciò accadrebbe quando il terapeuta non riesce a mantenere i confini di ruolo all'interno del gruppo e a mantenere i sottogruppi come contenitori per il lavoro analitico.
Introduce anche il concetto di "rumore", per dare un senso alle forze primitive sottostanti all'esperienza di gruppo. Si riferisce, non a qualcosa che ha affinità con la psicosi, ma a delle informazioni non differenziate. Nel gruppo si crea il caos e non si può fare alcuna previsione sulle dinamiche.
L'autrice spiega questo fenomeno facendo riferimento al fatto che gli esseri umani abbiano una spinta innata a dar significato all'ignoto: ogni nuova esperienza fa nascere il terrore dell'incognito insieme alla curiosità, che da parte sua spinge ad esplorare, organizzare e padroneggiare.
Un'ottica differente è quella di Jeffrey Kauffman (1994) che, in modo abbastanza radicale, afferma che la morte sia presente in tutti i gruppi come motivo ricorrente, oggetto fenomenologico di fondo, fantasma. Egli collega questa sua idea alle formulazioni freudiane secondo le quali la civiltà sarebbe originata dall'assassinio del padre (1912-13). Ed è forse in questo motivo ricorrente che si può rintracciare la spinta alla dissoluzione del gruppo, la potente forza disintegratrice dell'antigruppo.
Foulkes (1964) definisce il concetto di matrice come "l'ipotetica trama di comunicazioni e di rapporti in un dato gruppo. E' il termine comune a tutti i membri da cui dipendono in definitiva il significato e l'importanza di tutto ciò che accade nel gruppo: ad essa fanno riferimento tutte le comunicazioni e interpretazioni verbali o meno. La matrice di interazione nel gruppo è un esempio di rete" (pag.319). Per la formulazione del concetto di rete Foulkes afferma: "si ammette che il singolo paziente e il particolare disturbo da cui è affetto siano solo un sintomo di conflitti e tensioni all'interno del suo gruppo di origine. [...] Il paziente è in un certo senso il capro espiatorio di cui la rete si serve per scaricare le sue tensioni conflittuali. Ne deriva che i componenti della rete si oppongono in modo praticamente automatico ad ogni cambiamento che si verifichi nel membro nevrotico in terapia" (pag.319).
Foulkes (in Ondarza Linares, 1999) sostiene che esista una conflittualità permanente tra forze positive, generate nel gruppo, e forze negative, disgreganti che sono generate dalla conflittualità individuo-gruppo. Considera tali forze come "gruppo-disgreganti".
"Questa permanente conflittualità è la bipolarità tra legami di appartenenza e trasformazione (che nel gruppo possono anche configurarsi a diversi livelli: come sedimento entropico, scissione, negazione, identificazione proiettiva, coazione a ripetere, valenze transferali e altre stereotipate chiusure di comunicazione) e la matrice come nuovo significato identificatorio di relazione e come spazio trasformativo nel gruppo" (Foulkes, 1990 in Ondarza Linares, 1999; pagg. 80-81).
Hinshelwood (1994) espone un modello concettuale interessante che permette al terapeuta di mantenere una capacità obiettiva ed empatica di pensare anche in condizioni stressanti, dandogli la possibilità di creare, per sé e per il gruppo, uno spazio mentale relativamente libero dagli effetti degli attacchi allo spazio riflessivo. Per "spazio riflessivo" egli intende uno spazio mentale del gruppo che riesce a contenere, o fallisce nel contenere, gli affetti e i legami che si sviluppano nel suo interno. Per spiegare che cosa intende per "attacchi" allo spazio riflessivo, egli porta l'esempio di una folla in tumulto: l'intensità dei sentimenti che si abbattono sugli individui, la scarsa capacità di gestire gli impulsi evocati da questi sentimenti porta, prima di tutto, alla perdita del senso di realtà e dell'equilibrio.
"Tutti questi sono effetti anti-terapeutici della pressione esercitata dal gruppo; [...] la paura eccessiva o un eccessivo sentimento di intrusione distruggono la capacità del gruppo di amalgamarsi e formare questo spazio emotivo riflessivo" (1994; pag.102).
L'autore afferma che le tendenze primitive più disastrose si possono scorgere nell'incerto senso di realtà dell'individuo, nella perdita dei criteri di validazione o nella mancanza di giudizi corretti sulle azioni che si mettono in atto. Le manifestazioni più primitive sono quelle che più sono dominate dalla distorsione. Queste forze derivano dai processi intrapsichici degli individui, dalle loro fantasie e impulsi inconsci e dal modo in cui finiscono per formare un quadro coerente tramite i processi di identificazione; si manifestano nel gruppo come un tutto e portano, per opera della pressione esercitata dal gruppo, ad una percezione distorta da parte degli stessi membri del gruppo.
Hinshelwood propone uno schema per poter individuare questi fenomeni nella cultura del gruppo.
Quando l'antigruppo si manifesta, si verifica nel gruppo una mancanza di collegamento tra le persone, fallisce cioè il tentativo di creare legami tra gli individui, si notano diverse discontinuità che tendono ad isolare una comunicazione dall'altra, separando quindi ciascun membro dagli altri.
Inoltre, si nota una mancanza di adattamento nella vita emotiva degli individui, accompagnata da una riduzione dello spazio riflessivo e dall'uso di meccanismi di scissione e di identificazione proiettiva. Infine, il gruppo ricorre alla trasformazione in stereotipo di una persona isolata. La cultura del gruppo è pervasa da un'irritazione frustrante, dovuta alla ripetizione di vecchi ruoli e soggetti stereotipi.
La natura terapeutica o antiterapeutica della cultura di gruppo dipende, sempre secondo Hinshelwood, dall'estensione degli attacchi al legame e al conseguente restringersi dello spazio per la riflessione.
Il legame può essere invertito o attaccato e perdere di significato. Lo spazio riflessivo è strutturato dai legami che esistono o popolato da rovine di questi legami, violentemente attaccati: se gli attacchi sono numerosi, allora i legami si accumulano all'interno dello spazio ed esso comincia a funzionare come un organo mentale per l'espulsione di tali rifiuti.
In termini generali, un gruppo di terapia funziona finché riesce a creare una cultura di legame emotivo tra individui, che faccia da contenitore, in cui le esperienze dei membri possono prendere forma, essere rielaborate e mantenute in modo più o meno completo al riparo da attacchi.
Bion (1970) descrive tre tipi particolari di relazione tra lo spazio e i suoi contenuti, su cui avviene la riflessione: in un primo caso i contenuti sono così vibranti ed esplosivi che il contenitore esplode, in altri casi il contenitore è così rigido da non permettere nessuna reale espressione dei contenuti, che vengono adattati al contenitore. Nella situazione ottimale, che permette la crescita, sia il contenitore che il contenuto si adattano e si modellano reciprocamente, in modo che entrambi possano svilupparsi e crescere.
Dal punto di vista tecnico, il compito del terapeuta è la creazione di uno spazio di riflessione per il gruppo che non diventi chiuso ai contenuti che gli individui vogliano mettere in esso. Il terapeuta deve tener conto dei diversi assetti gruppali e individuali e deve poter creare legami con i diversi modi di esprimere sentimenti, anche se questi sono sotto forma di proiettili sparati nello spazio mentale degli altri.
Secondo Hinshelwood questo fenomeno può prodursi in modo relativamente benigno, se i sentimenti possono in qualche modo essere tradotti in comunicazioni, ma possono assumere l'aspetto di una forza maligna, che si traduce nei gruppi in una cultura in cui lo spazio per i legami viene ridotto. Egli sostiene inoltre che le proiezioni dannose, in quanto identità stereotipe, possono installarsi all'interno dei membri del gruppo.
Secondo Gordon (1994) il transfert del gruppo in quanto gruppo è un fenomeno normale della vita del gruppo. Egli considera gli aspetti fantastici esternalizzati come aspetti della madre. Nei limiti in cui una relazione oggettuale internalizzata -K può essere attivata nel transfert, ai membri del gruppo viene data l'opportunità di entrare in contatto, affrontare ed elaborare gli schemi di relazione e di identificazione che servono a perpetuare la cattiva percezione dei significati e le menzogne che stanno alla base della loro psicopatologia.
Gordon sostiene che il viraggio al pensiero -K sia dovuto all'esperienza di frattura", un'esperienza improvvisa di forte separazione, di estraneità, di vuoto o di assoluta impenetrabilità che si può presentare in qualsiasi momento nei gruppi in via di sviluppo, contro la quale vengono mobilitate difese massicce (che si possono presentare in momenti di acuta tensione, per esempio al sopraggiungere delle vacanze). Consciamente o inconsciamente i membri del gruppo cercano di "non pensare e di non mantenere una visione realistica e veritiera della loro relazione". Gordon afferma l'importanza di interpretare sia la proiezione dell'oggetto - K sul gruppo, sia la profonda identificazione con la messa in atto del ruolo di quest'oggetto da parte dei membri del gruppo. Anche Kauffman (1994) riconoscere le possibilità evolutive dell'antigruppo:
"Nel corso dello sviluppo del gruppo, le angosce primitive di annichilimento e di abbandono, che sono a un livello primitivo e profondo dell'organizzazione tanatocentrica del gruppo, facilitano lo sviluppo del processo di individuazione e della reciprocità. Ciò avviene, approssimativamente, in tre fasi: A) angoscia di perdita; B) fuga dal lutto; C) accettazione del lutto" (pag. l92).
Ondarza Linares (1999) propone uno schema per mostrare come le difese e le resistenze scaturiscano e si configurino nel gruppo. L'antigruppo, quindi, non viene visto come concetto a se ma può essere utilizzato per seguire le vicissitudini del processo di interazione costante tra individuo e gruppalità. Le resistenze sono"configurazioni" che riguardano il gruppo come totalità in quanto specifica struttura, processo e contenuto.
Le resistenze di struttura (RS) riguardano il corpo gruppale come sostegno temporo-spaziale di un processo di interazione (quantità e qualità dei membri del gruppo, luogo, spazio, frequenza, durata, orari delle sedute, ecc.). Il setting ha la funzione di un contenitore, holding, contesto di un processo di introiezione e trasformazione dove avviene il passaggio, che successivamente verrà introiettato e trasformato (dal reale, all'immaginario, al simbolico).
Le RS bloccano questo passaggio, il gruppo vive la struttura o aspetti ad essa legati, come ostacoli insormontabili. Alcuni aspetti del setting tendono ad istituzionalizzarsi in un rituale rigido che diventa un contenitore reale contro l'ansia di separazione, distruzione, cambiamento. Per evitare queste resistenze bisogna operare adeguatamente sulla composizione del gruppo e predisporvi cambiamenti strutturali.
Le resistenze di contenuto (RC) riguardano la "mente o anima" del gruppo nella bipolare prospettiva di appartenenza, statuto, definizione o trasformazione, creatività e nuovo significato. Il contenuto è il contesto transpersonale del gruppo, è il cemento aggregante la cultura o l'ideologia, ed è il risultato dell'interazione tra struttura e contenuto.
Così definito, il contenuto assomiglia alla Matrice: le RC sono un contenuto tendenzialmente opposto alla Matrice, provocano una tendenza al non cambiamento, all'investimento su un'ideologia senza significato evolutivo.
Ondarza Linares sostiene che in questo caso si potrebbe parlare di antigruppo, in quanto le RC reificano la Matrice creativa del gruppo.
Contenuto e contenitore tendono a fondersi temporo-spazialmente, a incastrarsi a scapito delle differenze, del senso d'identità e del significato dei membri e della comunicazione nel gruppo.
Nella cllnica si parla di RC quando esse pervadono il campo gruppale, bloccando la comunicazione in modo duraturo. Vengono di solito fronteggiate attraverso un lungo lavoro di confrontazione.
Per quanto riguarda le resistenze di processo (RP), esse sono configurazioni che si oppongono alla trasformazione secondaria dei processi primari legati al narcisismo primitivo e alle sue vicissitudini oggettuali e identificatorie. Le resistenze di processo si oppongono alla relazione e alla comunicazione nel gruppo.
La gruppoanalisi, secondo Ondarza Linares, offre dei riferimenti chiari e considera il processo come un continuum delle vicissitudini tra individuo e gruppo, considerato a diversi livelli.
Alcuni tipi di riferimento sono: la relatedness, cioè l'istinto relazionale individuale che presenta due polarità: una fusionale, narcisistica, l'altra aperta verso l'Altro e la gruppalità. A questo livello avvengono anche le interazioni tra la rete originaria di appartenenza e la nuova Matrice di identità e comunicazione. La comunicazione è al centro del processo gruppoanalitico, in una prospettiva di identità e significato. Il processo gruppoanalitico è fondato sulla traslazione, le resistenze di processo sono considerate ostacoli più o meno duraturi di questo processo. Inoltre, la comunicazione, secondo Foulkes si trasmette a cinque livelli che rappresentano cinque stadi psicodinamici sia della configurazione gruppale, che del processo evolutivo dell'identità individuale dei membri del gruppo.
La spirale della comunicazione può attraversare verticalmente o fermarsi in questi livelli ma può essere presente anche nell'interazione gruppale tra figure coinvolte in primo piano e lo sfondo corale del gruppo. Il risultato di questa composizione gestaltica è la configurazione.
Una configurazione può bloccare il processo evolutivo gruppale in modo più o meno duraturo. Un esempio di configurazione è il gruppo bioniano degli assunti di base.
Come fare a mantenere uno "spazio riflessivo" in situazioni in cui l'antigruppo si manifesta?
Freud (1921) delinea questa possibilità in riferimento alla figura del poeta epico. Infatti, l'unico spiraglio che viene concesso alla libertà individuale, cioè all'emancipazione dell'individuo dallo spazio mentale della massa è data dall'immagine del poeta epico che narra delle vicende dell'eroe che uccise il padre. L'eroe (e il poeta epico identificatosi nell'eroe) si assume la responsabilità individuale del parricidio perpetrato ad opera dell'orda.
Tramite l'assunzione di responsabilità il poeta può svincolarsi dalla massa, per tornarvi. E' colui che ha compiuto un percorso mentale verso una consapevolezza decisiva per il costituirsi della propria individualità. E' chi, in altri termini, "permette la pensabilità dell'esperienza emotiva precedentemente celata e incistata nell'oscurità della dimensione gruppale" (de Polo, 1996; pagg.78-79).
Hinshelwood (1994) suggerisce al terapeuta diverse raccomandazioni per poter favorire la pensabilità dell'esperienza emotiva.
Dal momento che il gruppo e il terapeuta si trovano ad agire sotto l'influenza di potenti forze che esercitano forti pressioni ad accettare le percezioni del gruppo, diventa difficile mantenere uno spazio riflessivo adeguato.
Hinshelwood suggerisce di guardare i processi gruppali dall'interno, concentrandosi sui processi che avvengono tra i membri del gruppo, evitando di focalizzarsi sui suoi singoli membri Avverte anche che un'eccessiva distanza emotiva si tradurrebbe negativamente sui legami tra il terapeuta e il gruppo.
La cura della capacità del gruppo di esprimere riflessioni e il modo in cui esso riesce a stabilire legami densi di significato al proprio interno è compito del terapeuta. Aggiunge che non è facile valutare la capacità di giudizio riflessivo del gruppo ma le discontinuità in queste capacità sono abbastanza evidenti. E' spesso un momento vitale, per i membri del gruppo, vedersele descrivere.
Il compito del terapeuta è offrire uno spazio mentale per esaltare la capacità di contenimento, da parte dei membri del gruppo, delle esperienze reciproche e, in ultimo, delle proprie. Le riflessioni dei membri del gruppo, anche se non corrette, debbono solo servire a provocare una riflessione sui legami emotivi, in modo da mantenere attivo il processo di riflessione.
I terapeuti sono colpiti abbastanza spesso da questi processi primitivi e trascinati nel loro flusso: possono quindi essere messi fuori gioco non meno degli altri membri.
La responsabilità primaria del terapeuta è creare un legame tra i diversi membri del gruppo.
Gordon (1994) indica nel controtransfert, nei pensieri e nelle immagini che si presentano alla mente del terapeuta insieme alle sensazioni di subire un attacco alla capacità di pensare, all'atmosfera del gruppo, i temi e la struttura del gruppo, il segno che si sta verificando un processo d'inversione -K.
Dal punto di vista tecnico, egli pone in evidenza l'importanza di interpretare la proiezione dell'oggetto -K sul gruppo insieme alla profonda identificazione del gruppo con il ruolo determinato da tale oggetto.
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